Manuela Iona Iscrizione Ordine degli Psicologi Liguri n. 522.
Manuela IonaIscrizione Ordine degli Psicologi Liguri n. 522.

Psicoterapia di gruppo

"....gli individui inseriti in un gruppo possono, attraversando l' interazione e l'ascolto degli altri, cominciare a entrare in contatto con le emozioni e costruire un ponte verso il proprio mondo interno... (E. Kaes)

 

"La data più precisa dell'origine delle tecniche di piccolo gruppo oggi viene di preferenza individuata nell'anno 1947, quando Kurt Lewin nei seminari per operatori sociali del New England inventò la tecnica del T-group (gruppo di formazione al gruppo) da cui derivarono un'infinità di applicazioni e soprattutto la nuova pedagogia basata sui processi e sulla creatività e non solo sui contenuti e sulla relazione "magistrale".. Il carattere comune a tutte queste esperienze era l'affermazione della priorità del pluralismo sul monismo in didattica e organizzazione. Erano periodi di ricostruzione ideologica delle relazioni sociali, di riproposizione dell'idea di democrazia, come concetto e simbolo di pluralità.."

 

Un gruppo è un MOLTIPLICATORE DI RISORSE

 

Il gruppo diviene simbolicamente un oggetto d'amore e produce APPARTENENZA. La mentalità di gruppo consiste nella capacità di vivere sentimenti di appartenenza.

L'appartenenza è la percezione soggettiva di essere parte di un'entità più grande. E' un sentimento di gruppo, di essere comunque in un gruppo, rinunciando ad essere tutto.

 

Si scopre il piacere di essere PARTE. Appartenere è una scelta difficile perchè è autolimitazione, rinuncia alla propria ingordigia sociale e lotta per la limitazione dell'ingordigia altrui. 

Il GRUPPO CONDUCE A REGOLARE L'EQUILIBRIO TRA DOMINIO E IDENTITA'.

 

UN GRUPPO E' MAGGIORE DELLA SOMMA DEI SOGGETTI CHE LO COMPONGONO. (KURT LEWIN)

 

VOLERSI BENE

 

 

Chi ci vuole bene? I genitori, la famiglia, i partner, gli amici ecc, ma in questo elenco ne manca  uno essenziale: NOI STESSI.

 

Ci hanno insegnato la cura del nostro corpo: lavarci, nutrirci, curarci le malattie fisiche, ma la cura delle emozioni e dei sentimenti non ci è stata insegnata.

 

Sapere di avere delle emozioni: da piccoli forse a Natale, o se è mancato un nonno ci siamo resi conto all’improvviso di strane sensazione sconvolgenti; belle e brutte. Poi tutto si richiudeva e tornava alla normalità: ciò che sembrava un vuoto di emozioni. Così abbiamo imparato a identificare la normalità: con l’assenza di sensazioni emotive. E questo non è sano né normale né vero.

 

Poi nella vita capitano diverse situazioni, anche da bambini: per esempio i genitori litigano e si separano e tu  pensi: è colpa mia, sono stato un cattivo bambino. Ogni bambino è un piccolo narcisista d’istinto: se non avesse questa attenzione su di sé non potrebbe sopravvivere fisicamente e psicologicamente, durante l’infanzia si è fortemente impegnati nel cercare di comprendere tutta la realtà circostante e non è un lavoro da poco. E’ questo che fa nascere nei bambini l’idea che tutto il mondo ruoti intorno a loro: loro sono il centro del mondo, ma soltanto perché giorno dopo giorno iniziano a prendendo atto di esistere e di essere un’entità unica, soggettiva. Tutto ciò comporta un ventennio di vita e anche più. La formazione dell’identità non è cosa semplice nè veloce.

 

Dove è finito il volersi bene? E’ riflesso negli occhi della mamma e del papà: "se mi sento amato vuol dire che merito, che vado bene, se mi sento capito vuol dire che conto qualcosa, se mi sento valorizzato vuol dire che esisto e ho il diritto di esistere anch’io. Se mi sento gratificato vuol dire che sono come gli altri miei compagni, così bravi e perfetti ai miei occhi."

 

L’identificazione, cioè la strutturazione dell’identità personale comporta però anche dei distacchi affettivi fisiologici. Per ogni bambino arriva il momento della scuola materna e poi della scuola e il contatto con la madre si fa meno frequente. Quando la madre lavora il distacco può avvenire ancora prima e i sentimenti del bambino sono in parte negativi: affronta la lontananza dalla madre, il senso della perdita o della solitudine, la paura, l’equivoco: non sentirsi amati, protetti. Questo a volte è un apprendimento che lascia una traccia, un’impronta profonda nella sfera affettiva: “non mi vogliono bene”, pensa un bambino che soffr. Invece che pensare a tre, quattro anni il bambino prova delle sensazioni tra il corporeo e il mentale. Sarà solamente dopo qualche anno che lo stesso bambino potrà darsi delle spiegazioni più chiare ma erronee: “è colpa mia”. Può essere così che si impara a non volersi bene, ad avere un’opinione negativa di sé. Questo percorso delineato è molto frequente e rintracciabile nelle storie cliniche di tante persone affette da sofferenza psicologica in età adulta.

 

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